18/05/07

max value dori

ANTEFATTO:

incontro l'americano per due volte al supermercato.
la prima volta io sono in fila alla cassa, pieno di oggetti con cui riempire la mia casa contenitore.
lui si scopre che stava dietro di me ma io non lo avevo nè sentito nè visto nè neanche notato.
mi fa "che stai facendo?" io ho oggetti che mi riempiono tutto lo spazio visivo, oggetti nelle mani,oggetti tra i capelli, oggetti in ogni punto prensile del mio corpo.
gli vorrei dire "secondo te che faccio? sto leggendo." invece gli rispondo "fillin' my house" lui si mette a ridere attraverso i suoi occhietti a mandorla.
io non posso ridere,se rido cade tutto, oppure muoio.
l'americano dagli occhietti a mandorla invece è riempito di un solo oggetto, il cuo contenitore porta oggetti è in sostanza vuoto e dentro di sè a solamente una sctolina di plastica trasparente che a su volta contiene solo tre rollini di riso i quali a loro volta dentro di loro hanno ognuno qualcosina di colorato.
dice che la sua cena.
io penso a lui mentre mangia nel suo appartamento.
tre rollini di riso con dentro qualcosa. mentre fa spalpebrare continuamente i suoi piccoli occhietti a mandorla. mentre è da solo sulla sua sedia mentre pensa a casa sua alla sua ragazza al suo campus universitario immaginando che magari mentre lui se ne rimane fermo lì a mangiare i tre rollini qualche squilibrato semi-americano impallina o fa a fette tutti quelli che conosce.
lui non mi aspetta, l'americano. io devo pagare e poi riempire le buste.
lui già è scomparso.

la seconda volta io sono alla cassa.l'americano non l'ho visto manco 'stavolta.
mi fa "che stai facendo?" mi ripassa davanti tutto quanto.tutto.
gli dico che sto "comprando cose per la cena" mentre in realtà penso che sto comprando cose che mi basteranno per i prossimi dieci giorni.
gli vorrei dire che non so come farò ad infilare tutte le cose che sto comprando dentro il frigorifero.gli vorrei dire che un frigorifero piccolo è un frigorifero triste.
ma lui già non mi ascolta più.
guarda chissà dove.
nel suo contenitore rosso che può contenere altri contenitori c'è solo qualcosa per la cena.
gli occhi a mandorla dell'americano sono sempre gli stessi dell'altra volta.
non hanno cambiato nulla.

ci potrei passare attraverso senza che lui se ne accorgesse.
ma la commessa mi chiama.una serie infinita di bip-bip-bip-bip-bip-bip.
quando finisco di riempire le buste l'americano non c'è più.
se ne è andato di nuovo lasciandomi solo.
e pensare che ci sarei pure diventato amico.

LA STORIA-
-di come l'americano decide di tornarsene a casa prima del tempo-

l'americano non lo vedo più da giorni.
non si presenta più e vedo solo l'amico,l'altro americano che stava sempre sempre insieme all'americano dagli occhi a mandorla.
provando un profondo odio per l'americano dagli occhi a mandorla, la curiosità nei suoi riguardi è ovviamente alle stelle.
ho atteso giorni, rigirandomi nel letto e chiedendomi della sorte dell'americano.
e mi sogno l'americano in mezzo agli scaffali del supermercato che vola tra una scatola di gelati e una busta di germogli di soia, che si ingozza di rollini di alga e di frittura di polipo.
poi mi sveglio dopo i sogni sull'americano e la curiosità mi rimane.
mangio assorto nei pensieri dell'americano, e mi chiedo "che fine mai l'americano avrà fatto?"
oggi chiedo all'amico americano dell'americano dagli occhi a mandorla.

gliel'ho chiesto.
l'americano m'ha spiegato tutto riguardo all'amico americano dagli occhi a mandorla.
mi ha risposto con tre frasi.
"la sua laurea era in spagnolo e non in giapponese"
"sua madre è giapponese, voleva venire a cercare le sue radici o qualcosa del genere"
"ha pensato che stesse perdendo il suo tempo. se ne è tornato a casa"

io mentre annuisco penso che le radici sono importanti, e mentre muovo in su e in giù la testa penso che forse all'americano con gli occhi a mandorla non gliene fregava un cazzo delle radici e faceva solo finta di cercarle.
ma all'americano amico dell'americano non glielo dico.
poi penso che mica lo so dove si cercano le radici.

13/05/07

rokugokan dori

l'appuntamento, come mi ero già detto, è alle due.
sto facendo tardi per colpa del regalo all'interprete.
l'interprete è sempre lì in cima alle scale che mi guarda, mi osserva, ma forse non mi vede e non sa che sono per terrra seduto a fissare il nulla davanti a me.
giro gli occhi verso l'insegna di lawson, unico faro che mi potrà dirigere.
"dirigermi dove?" mi ricordo di chiedermi.
"l'appuntamento" penso di nuovo.
"dirigermi all'appuntamento" ripasso.
"dove è l'appuntamento?"
"dove, dov'è?"
"...che devo andare..."
"...lawson..." penso.
l'inteprete è scomparso.l'avevo lasciato in cima alle scale e ora è scomparso.
"dove" ripeto acora.
Una serie di parole, tutte affastellate, ma non trovo dove devo andare.

Ora sono di fronte a lawson.
ho inseguito l'insegna che si allontanava sempre.
entro da lawson e quando sposto la maniglia e faccio ruotare la porta sul suo cardine sento "PLIMPLON".
mi salutano.
"PLIM PLON" faccio alla cassiera.
La cassiera mi risponde con un altro "PLIM PLOM".
ci sorridiamo.
le chiedo "PLIM PLOM, sa dove devo andare?"
lei sorride, si inchina fino a scomparire dietro e sotto il bancone, io la seguo con gli occhi e poi col corpo, mi infilo anche io sotto il bancone vicino alla cassiera.
"Cassiera" ripeto "sai dove mi devo recare?".
La cassiera sorride nella sua giacchetta a strisce bianche e azzurre che ora fanno qui e là su e giù per colpa del suo corpo che si mouve sorridendo.
"Cassiera" di nuovo la chiamo "cazzo rispondimi" tutto gentile e sorridendo ai suoi sorrisi esterno io.
la cassiera ci pensa e fa "appuntamento" "palazzo" "inglese" "tradurre".

Sono davanti al palazzo.
Otto piani di palazzo.
La cassiera credo stia ancora dietro e sotto il bancone a ripetere "appuntamento-palazzo-inglese-tradurre".
l'ho salutata dicendole "PLIMPLOM".
lei mi ha detto "PLIMPLOM".
Sono di fronte al palazzo.
e mi ripasso i piani finestra per finestra.
c'è il primo, c'è il secondo,c'è il terzo e poi conto fino all'ottavo.

Sono davanti all'ascensore.
ci sono tutti segni strani, cose da premere, e parole da leggere.
ci sono numeri e numeri dentro riquadri che posso premere.
sono confuso.
premo a caso.
l'ascensore parte per un piano che non so quale sia.
l'ascensore si apre, io esco e sono sopra un pavimento soffice dove i piedi fanno spuf spuf spuf spuf.

sono davanti ad una porta.
busso sulla porta.
apro uno spiraglio e sento qualcuno che mugugna qualcosa che sta per "entra" oppure ha mugugnato qualcosa come "entra ma aspetta un attimo".
allora mi fermo e sono in mezzo alla porta. un pò dentro e un pò fuori, così sembra che sto aspettando o forse che sto entrando.
dipende per quanto mi fissano.
se per esempio qualcuno mi vedesse lì e mi fissasse per un solo secondo darei l'impressione di un essere umano che sta entrando, mentre se qualcuno mi fissasse per più di tre secondi di sicuro sembrerei un tizio che sta aspettando.
invece in realtà sono uno che non sta facendo nulla.
penso questo e mi sono venuti a recuperare sulla soglia.
l'uomo con gli occhiali mi dice "benvenuto in questo nulla".
io dico grazie.
"qui come vedi ci sono i non-armadi e qui la non-scarpiera" mi fa l'uomo con gli occhiali.
io li osservo e annuisco, perchè tanto non lo capisco.
giriamo intorno a un altro non-scaffale gigante, o forse è un'altra non-libreria, ma non so di preciso cosa è, perchè il nulla è difficile da descrivere.
dall'altra parte ci sono dei non-computer sopra un non-tavolo e poi c'è una non-cinese che si volta verso di me e senza nessuna espressione mi saluta, ma senza dire una parola.
la non-cinese torna a fare il suo non-lavoro.
"cosa non dovrò fare?" penso mentre l'uomo con gli occhiali mi fa segno di sedermi su una non-sedia e inizia a non-parlare.
gli dico se per fevore può parlare in una lingua specifica.
lui mi ignora e parla in quella che più gli sta a genio.
rimango a bocca a perta.
ripeto che mi servirebbe che lui parlasse in una lingua specifica.
lui mi ignora.
parla in quella che gli è più congeniale.
la cinese si volta e gli spiega che io non capisco.
lui capisce ora.
si illumina e si scusa,sorride, ma io non lo faccio.
c'è un sito su un computer che sta apparendo.
ci sono bandierine che sventolano colori accostati uno vicino all'altro.
sento il nulla tutto intorno alla mia testa.
i colori dell'html sparati a caso sul monitr, le bandierine delle nazioni che sventolano a vuoto.
mi indica lento ogni bandiera, passandoci sopra con la punta del puntatore del mouse.
ogni volta che ci passa sopra, dichiara ad alta voce il nome della nazione, a volte clicca sul nome della nazione e sembra felice di rendermi partecipe di quel lavoro.
"conosce qualche eminente giurista?" mi chiede.
io penso ai salmoni.
gli rispondo "no,assolutamente".
perlomeno i salmoni lottano per andare a morire in un posto migliore. penso che i salmoni sono una specie molto adatta alle metafore.
la cinese sembra assorta nel nulla del suo monitor che non riesco a vedere.
l'uomo con gli occhiali sembra parlare al sito web e gli dichiara una ad una le pagine.
scorrono caratteri sulla pagina del browser.
lui mi chiede "preferisci stare qui ogni tanto oppure rimanere a casa".
faccio fatica a rispondere.
"casa" dico solamente.
mi sento risollevato.
gli ho detto "casa".
lui parla dei problemi del mondo e dei casi di tremenda ingiustizia che lo affliggono.
io sono d'accordo, ma non glielo faccio capire.
"forse se sto fermo e fingo di essere morto lui se ne va" penso.
lo faccio. sto fermo e fingo di essere morto.
sto fermo e fingo di essere morto.
sembra funzionare. l'uomo con gli occhiali si blocca, entra in stallo, poi si gira verso la cinese e inizia a parlare.
escono delle pagine copiate dalla stampante, lui si disamora di me e va a controllare il risultato.
le pagine sono stampate male e lui fa espressioni tipo "non capisco cosa stia succedendo", io sono fermo e mi sembro morto a me stesso.
lui ritenta, clicca con lentezza il mouse due passetti lenti alla volta raggiunge l'icona, l'icona immobile lì pronta a stampare documenti si sente zwyzwyzwyzwy il rumore della stampante e i fogli che flushflushflush escono stampati a metà, inchiostro sparso intorno al foglio ,parole rotte e smangiucchiate.
ormai è concentrato sulla stampante,discute con la cinese che cosa stia succedendo.
io riesco a muovermi nonostante sia morto e piano lento mi striscio tutto il corpo fino alla porta. li sento discutere di pagine di stampante inchiostri e bandiere di nazioni sul web.
sposto la porta,la apro un pochino, mi infilo fingendo ancora di essere morto, se mi vedessero ora sembrerei uno morto per colpa di una porta chiusa dal vento.
sono fuori , sul pavimento morbido di tappeto,non li sento più e saltello via come un salmone su per un ruscello,metafora sfatta e infinita infinita infinita infinita infinita

12/05/07

ososhiku dori

sono abbracciato ad un cesso e volo col cesso.
mi sono risvegliato così, abbracciato al cesso.
niente interpreti, niente mostri, niente peperoni e melanzane minuscole al supermercato.

sto volando forse da ore. non so.
me ne sono finito in bagno,tutto sfiancato, e forse lì mi sono addormentato.

e ora mi risveglio che volo abbracciato al cesso.

guardo l'orologio.
è mezzogiorno.
mentre volo con l'aria che mi muove il viso mi ricordo che non posso volare insieme al cesso per troppo tempo.
alle due ho un apputamento.

mi riacciuffano dal basso in qualche modo.
io non vorrei andare,ma piano piano mi tirano giù e piano piano mi tolgono dall'abbraccio del cesso.
non volo più.
sto pensando che non è giusto.

mi tolgo il kimono che indosso e mi vesto.
il kimono lo piego, in quattro parti, lo stiro con le mani, faccio combaciare le pieghe e le righe sul kimono.
lo ripongo. dentro.

alle due ho un appuntamento e stavolta niente interpreti e niente accompagnatori.

per esempio andrò solo.
mangio konyaku a fette grosse come una casa.lo mangio e non parlo.
mentre lo mangio la casa si muove e fa dudududdududududuudud.
il konyaku mi si muove in pancia e fa scuoschsucohscuochscuochscuochscuoch.

penso che preferivo volare col cesso.

esco da casa che ancora si muove.
sulle scale incontro il secondo interprete che torna da un posto.
gli chiedo da che posto.
lui dice : "un posto".
io lo ringrazio per tutto quello che ha fatto fin'ora per me,che è stato gentile e che mi ha salvato la vita in molteplici occasioni.
lui dice: "sono contento". ma lo dice senza sorridere.
io gli dico che gli voglio fare un regalo per dimostrargli la mia gratitudine.
dice che non è necessario.
io insisto.
lui insiste.
insisto di nuovo.
lui insiste insieme a me.
dico che insisto più io e lui mi guarda come a dire "devo entrare".
insisto ancora.
lui anche insiste,ma di meno.
"aspetta qui" io corro per le scale e vado a prendergli un regalo.
gli voglio regalare un pò di neve.
lui non sa che io gli regalerò un pò di neve.
mi aspetta in cima alle scale e non si muove.

giro un angolo, ne giro un altro, poi giù per una strada in discesa, poi giro un altro angolo, corro sotto una scala di un cubo di cemento dove so che ieri c'era ancora poco sole anzi niente.
oggi anche non c'è.
il sole.
c'è un cumulo di neve ghiaciata,nera e dura.
ne spacco un pezzo con un calcio, prendo il pezzo che sono riuscito a staccare e infilo il pezzo di ghiaccio in tasca.
corro indietro verso le scale dove in cima sta immobile l'interprete.
lui sta sempre là,in cima alla scala.
mi guarda.
mi fissa.
lo fisso anch'io, lo guardo anch'io.
urlo " ho il regalo!". mi guarda attraverso.

io salgo le scale di corsa e arrivo davanti ai suoi occhi pieno di fiatone.
lui dice che non dovevo disturbarmi,io invece sono contento di poter dimostrare la mia gratitudine.

"non crederai ai tuoi occhi". cerco di creare un pò di suspence con questa frase.
lui non è impressionato.
è più potente di Vasco Rossi questo regalo.
lui non capisce perchè non conosce Vasco Rossi.
infilo la mano in tasca e cambio espressione del viso.
il pezzo di ghiaccio non c'è più.

lo cerco con tutte le dita.
le rovisto nella tasca.
non sento nessun pezzo di ghiaccio.
il pezzo di ghiaccio è partito.
"ghiaccio" dico.
l'interprete si risveglia e crede che stia dicendo a lui.
"no,non a te. Aspetta un attimo" scendo di corsa e mi metto a cercare il pezzo di ghiaccio.
lo chiamo per la strada e l'interprete mi fissa e forse pensa che sto male.
"ghiacciooooooo" urlo per la strada. "ghiaaaaaaaaacciooooooooo" tutti si affacciano per vedere me che urlo "ghiaaaaaaacciooooooooo".
ghiaccio non c'è più e mi dico che sono uno stupido.
ora l'interprete penserà che non gli sono molto grato.
"ghiaaaaaaacciooooooooo" ghiaccio non c'è. io mi siedo per terra.
sono stufo di cercare ghiaccio.
mi tocco la tasca tutta bagnata.

fisso un punto più in là.
poi parte un jingle. da qualche parte.

05/05/07

ruben mae

interprete (sempre il secondo) : "non è buono camminare con questa pioggia.prendiamo un taxi".
me: "uh".
interprete già vicino al taxi :" prendiamo questo, tanto ci viene a costare poco".
me:" uh".
interprete: " siamo nel taxi, ora."
me: "già".

il taxi mentre cammina fa schschschschsch con le ruote che bagnano l'acqua di altra acqua.
cè il pizzo dentro, come nelle vecchie case delle nonne che avevano i centrini al centro dei tavoli e a forza di fissarli,tutti orli e buchetti, uno si chiedeva come cavolo era possibile che la tua nonna l'avesse prodotto.
e ricercavo le trame ,tentando di seguire il filo del discorso all'interno del centrino.

il taxi fa schschschschschsch sulla strada bagnata e io dico all'interprete: "la portiera si apre da sola, visto? "
lui alza le spalle e mi guarda come a dire: " da dove provieni tu?".
penso che a volte l'interprete mi dovrebbe essere più amico ,ma non glielo dico.
penso pure che a volte l'interprete mi è più nemico che amico.

il taxi fa schschschschsch.
"tassista" sono io ad aprire la bocca :" tu conosci nashikama nika?"
l'interprete mi tocca il braccio,per farmi capire che ho sbagliato lo spelling.
"scusa tassista, intendevo namikasa mishima" l'interprete mi stringe forte il braccio, quasi mi fa male.
ho sbagliato di nuovo.

il tassista sembra immobile, di sicuro si attiverà solo dopo aver fatto il giusto spelling.

"tassista, scusa ancora la mia ignoranza,non riesco a darti il giusto spelling alle parole, ritento, tassista,aspetta,ok?"

il tassista aspetta. (mentre guida).

"tassista,conosci per caso nakashima mika?"
stavolta sono sicuro, l'ho detto bene.

dunque a questo punto, il tassista si attiva. come previsto.
e fa: " nakashimamika,nakashima mika, nakashima mika, nakashima mika, nakashima mika, nakashima mika."

" si, proprio lei" dico io.
l'interprete dice di non conoscerla, lui ascolta solo il metal di band giapponesi.
io no.

il tassista dice invece di conoscerla bene, che anzi è un suo fan, ma che un suo fan, un suo stalker, la segue con il tassì e col tassì è andato ad ogni suo concerto.

ha le foto e ce le vuole mostrare.
il tassista è senza esperssione mentre apre un cofanetto.
dentro solo fotografie di nakashima mika, bigliettini da visita di nakashima mika, biscotti prodotti da nakashima mika, spillette con scritto "nakashima mika" e tante altre cose che hanno dentro di esse l'aura di nakashima mika.

"è una bella ragazza, vero tassista?"
lui è contento che io abbia detto che nakshima mika è una bella ragazza, annuisce felice senza guardarmi.

lui parla di nakashima mika e racconta la vita di nakashima mika.
racconta della sua infanzia,di cosa faceva da piccola, di dove abitava e cosa diceva.
il racconto sta durando da ore.
mentre noi facciamo schschschschschschsch col tassì in mezzo al brutto tempo di stasera.
l'interprete sembra su un altro pianeta, starà pensando ad una sua band metal mentre io penso prima a nakashima mika e cerco di ricordarmi il viso di lei che però non ricordo, poi passo a controllare ogni cubo di cemento prefabbricato che mi passa a lato del finestrino.

sono giorni di cubi di cemento, penso.
gli occhi mi si iniziano ad abituare ai cubi di cemento che sembrano lanciati dall'alto lì dove sono.
il tassista parla dei primi amori di nakashima mika e io penso ai cubi di cemento dove dentro ci sono famiglie che passano il tempo in mezzo a questo tempo brutto di stasera.
i fili della luce sono sospesi in aria e formano intrecci difficili da seguire.
sono miliardi di fili, più dei cubi di cemento, più dei karaoke e dei negozi da cento yen.
nakashima mika è all'high school mentre io mi ripasso con calma i jingle di BESTo e di yodobashi.
ma preferisco quello di Bic camera.
domani me li scrivo da qualche parte parte.
nakashima mika ha già fatto l'amore e la prima volta non le è piaciuto.
le ha fatto un pò male.
e come si vestono le ragazze qua.miliardi di ragazze con la minigonna e le calze calzettoni fino a sopra il ginocchio ,tutte che traballano e sembrano stiano per morire crollare da sopra i tacchi.
nakashima mika ha fatto l'amore la seconda volta.
questa volta le è piaciuto un pò di più.
ancora non ha avuto un orgasmo,dice il tassista, però le è piaciuto.
i cubi sono grigi,grigetti,neri, nerozzi, sono un pò cubi irregolari, quasi tutti senza tetto ,alcuni con un piccolo tetto che sembra lì messo a caso a imitazione di altre architetture.
tutti quei cubi di cemento sembrano contenitori che contengono cose.
mi piacciono i contenitori che contengono.
oggi prima che iniziasse a piovere ho comprato cinque nuovi contenitori.
borse.zaini, tracolle, piccole borsette alla vita,scatole. ho molte cose da mettere nei contenitori.
nakashima mika ha un fidanzato che la picchia , il tassista è triste.
nakashima mika è nata nell'83.
"tassista, lo interrompo" voi avete avuto il terrorismo qua?"
il tassista non capisce.
soprattutto lui stava parlando di nakashima mika, non del terrorismo.
lui ci pensa un pò su che si deve togliere dalla mente per un attimo nakashima mika, e poi dice: "umhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"
io gli dico : "embhè?"
lui :" aum shinrikyo" e basta.
siamo silenziosi.
il tassista guardando nel buio di fronte mi chiede: "anche da voi terrorismo?"
e ci penso e dico :" tempo fa"
"come aum shinrikyo?"
penso anche a questo. "un pò diverso" poi dico. "senza gas". aggiungo.
il tassista annuisce.
sono ore che siamo in macchina.
coll'autobus ci vogliono sette minuti.
l'interprete sembra non esserci.
è perso nel nulla.
si attiva solo quando deve farmi da interprete.
io e i cubi siamo una cosa sola. e ci fissiamo.
il tassista, senza che nessuno glielo abbia chiesto, riparte con la storia della vita di nakashima mika.

ma purtroppo siamo arrivati.
si interrompe e la porta si apre lentamente, non di scatto.
dolce dolce. ed entra l'aria.
saluto il tassista e lui mi saluta anche.
"spero che non ci sia mai aum shinrikyo da te" dice a me.
io dico che lo spero anche io.

paghiamo e poi camminiamo.
"lo vuoi un key coffee?"
l'interprete non risponde.
è assorto.

mentre compro il key coffee sento solo il ronzio del frigorifero e quando pago parte l'ennesima cantilena della commessa.
le dico che non c'è bisogno che si senta in colpa. nella mia lingua.
lei sorride ma sembra non capire.
non hai fatto nulla di male, poi le aggiungo sempre nella mia lingua.
lei sorride ancora e si scusa.
esco e penso alla montagnola di neve di fronte casa che lentamente diventa sempre più piccola.

30/04/07

PARCO

l'appuntamento mi viene dato di fronte a starbucks.
io lo giro starbucks, davanti e didietro.
in vetrina,di fronte, è pieno di giovani in divisa che urlano.
striscioni e cassette ,urlano che forse desiderano dei soldi.
le ragazze cercano di fermare persone per strada.
il performer mi ha dato appuntamento per le due.
cerco l'entrata di starbucks, probabilmente starbucks non ha entrate.
quando lo vedo - al performer - lo fermo toccandolo con una mano - gentilmente.
indossa - come aveva detto - la maglia giallo oro del brasile.
ci salutiamo e mentre ci incamminiamo ci diciamo cose che forse entrambi non capiamo.
ma sorridiamo.
siamo in fila , di già, e da ore.
io scelgo un frappascimmappuscino.
cerco di far bene lo spelling, poi sono costretto ad indicarlo al performer.
lui fa tutto per me,mi accudisce.
siamo seduti con il vassoio, e mentre parliamo io sbaglio.
faccio per prendere la cosa ordinata da lui e mi accorgo che la mia ancora non è arrivata.
gli spiego che sono giorni che continuo a fare le cose sbagliate e che qua mi sembra sempre di essere sull'orlo dell'errore.
ogni cosa non so se sia quella giusta, e ogni mio gesto potrebbe essere irreparabile.
gli dico anche che sto riflettendo su una soluzione drastica, quella di rimanere immobile e di respirare soltanto.
potrebbe essere una soluzione, mi dice lui seriamente.
guardiamo fuori dalla vetrina e parliamo per ore di quelle cose che camminano sul marciapiede.
mi chiede curioso di quello e quell'altro, e io cerco di spiegargli che sono ancora in uno stato confusionario, che per strada continuo a girarmi e rigirarmi ,perchè ancora non mi sono abituato a vedere quello che i miei occhi vedono.
"tu, performer, gli faccio, sembri una persona normale."
lui mi guarda e cerca di dire qualcosa, fa alcune smofie con la bocca e poi fa segno di aspettare, si scusa due volte e tira fuori dalla sua borsa un vocabolario a mano e non elettronico.
sfoglia mentre io sto con gli occhi sulla strada e fisso i ragazzi che si inchinano e cercano di farsi afferrare i volantini.
nessuno li afferra. tutti vanno avanti.
i ragazzi continuano ad inchinarsi per ore.
"ah...produce.." fa il performer.
io lo guardo strano.
lui ripete "produce"
io io dico "produceR?" lui annuisce.
allora ho sbagliato.
vuole essere chiamato producer.
lo accontento.
da ora in avanti lo chiamerò produceR.
parliamo per ore, che il cielo cambia e la luce si sposta.
anche i clienti cambiano; di starbucks.
discutiamo degli hikikomori fino a non sapere più cose dire, poi lui dice che adora gli otaku (ma lui non lo è,è chiaro).
quando parliamo ogni tanto si blocca ,si scusa, e cerca qualche parola sul vocabolario.
poi me le mostra, per essere sicuro che siamo sullo stesso mare di parole.
una volta mette il dito su "perspective" un altro su "relationship".
dopo il dito sta su "representative".
si va avanti così.

ora siamo fuori. per strada. siamo andati a recuperare la sua bicicletta.
è in fila vicino a tante altre biciclette, tutte uguali.
su ogni bicicletta c'è un foglietto di carta.
lo indica e mi fa "caution" e io continuo a guardarlo.
"caution" mi fa. e poi insiste "cautioncautioncautioncautioncautioncautioncautioncaution"
io capisco.
e gli chiedo "money?" lui mi fa "no".
"quindi ti avvertono solamente" .
"si ,ti dicono che non hai fatto una cosa buona"
parcheggiare lì ,insomma, non è una cosa buona.

nella giornata facciamo moltre altre cose.
siamo in un grande negozio di manga.
siamo in un magazzino di cose di seconda mano.
siamo vicino al capolinea del tram.
siamo sotto la torre della tv.
siamo in un bar ricavato tra due cubi di cemento, tutto stretto e raccolto.
siamo in molti posti ,insomma, io e il producer.


quando torno a casa rallento il passo e fisso la piccola montagnola di neve ghiacciata e nera che se ne sta di fronte a casa mia.
mi fissa ogni volta che torno. e non se ne va.

26/04/07

linden

la prima cosa che vedo - come un imprinting che ogni mattina si ripete - è il viso del secondo interprete deformato dal mio sonno.
gli chiedo - come hai fatto ad entrare? -
- andiamo - mi risponde lui.
- dove - gli chiedo?
- a fare delle cose, no? - lui senza neanche guardarmi.
io ancora sono vestito da notte.
mi spoglio e mi rivesto che non ho tempo di fare nulla.
il secondo interprete è già sulla porta.
esco dalla stanza ancora tutto slacciato - il cervello, soprattutto - .
il secondo interprete è scmparso. lo cerco. è già sulla soglia di fronte alla scarpiera, che mi aspetta.
- aspetta un attimo - gli dico.
appena finisco lui apre la porta ed esce.
non mi vuole aspettare ,si vede.

- è proprio una bella giornata - mi fa lui per strada.
si è una bella giornata, ma io vorrei evitare di parlare, almeno per un altro pò.
camminiamo per la strada.
l'interprete mi sta portando da qualche parte ma io non ho ancora capito dove, anche se lui continua a ripetere che ci si deve sbrigare perchè altrimenti si fa tardi.
l'interprete parla e dice delle cose.
io annuisco e rispondo.
l'interprete fa altre domande e io ,sempre ragionando prima, rispondo.
dico la mia e lui fa domande.
poi sto per dire la mia, e lui fa altre domande.
io rispondo.
così per venti minuti, tra le strade e il traffico.
mi dice che la giornata è lunga.
io annuisco senza rispondere.
- questa è una scuola - mi fa.
- a casa mia le scuole sono sporche, qui molto pulite -.
- eh già - è quello che rispondo.
sono perso negli uffici, oggi.
impiegati parlano e clienti ascoltano e poi chiedono.
noi chiediamo (l'interprete chiede per me) e poi ci rispondono.

neanche chiedo spiegazioni all'interprete, anzi, dopo un pò neanche scrivo più, è più facile se l'interprete fa tutto per me, mia estensione, mio riflesso parlante.

dopo ore di silenzio (ma l'interprete intanto parlava con gli altri, ma non con me)
una frase:
- alle 5 c'è l'incontro. -
-che incontro? - finalmente io parlo.
- quello di benvenuto, per i nuovi arrivati -
cado dal cielo e mi schianto per terra.
forse da qualche parte mi era stato detto.
forse qualcuno, qualche giorno fa, mi aveva avvertito della cosa, dell'evento, insomma dell'incontro.
non ci voglio andare. dico io.
ci devi andare, dice l'interprete.
io NON ci voglio andare ,ripeto con aria che potrebbe anche sembrare cattiva.
tu ci devi andare. risponde senza modificare espressioni, l'interprete.

poi ci pensa e cambia: - se non ti va, puoi anche non andarci - e alza le spalle per disprezzarmi.
allora è chiaro, ci devo andare.

ora qui c'è un vuoto.
io non mi ricordo cosa è successo dalle 4 alle 5 ,comunque mi sono ritrovato nel mezzo.
tra le persone.
tutti sorridono.
e ci sono tutti.
quello dell'ufficio internazionale.
quella della cooperativa.
quello che qui fa i discorsi introduttivi e quindi dovrebbe essere uno che sopra di sè non ha nessuno.
c'era anche quell'altro, quello che ricordo di aver visto ,ma non ricordo esattamente dove.
mi salutano. io saluto sorridendo.
mi sono simpatici e sono vestiti bene, penso.
c'è la folla.
tutti devono indossare il loro badge con nome scritto e trascritto.
così tutti si possono avvicinare, abbassare la testa, e tentare di leggere (con un pessimo accento) il tuo nome.
in effetti lo fanno tutti.
c'è un momento in cui nessuno parla.
tutti sono avvinghiati in una catena di sguardi fissi sui badge, tutti che controllano il nome di un altro, tutti che lo sbagliano e che non si rendono conto della schifezza che fanno uscire dalle labbra.
io mi sottopongo, col petto in fuori e il sorriso in viso, e spiego che no, la "l" non c'entra proprio un cazzo (glielo dico, uso proprio le parolcce) che "ru" in realtà da me a casa mia non si dice e che per esempio lì di lettere ce ne vanno due e che fanno più o meno questo suono "...".
mi guardano come avessero visto un morto.
quando mi chiedono se hanno detto bene ,rispondo sempre con "si, stronzo" e sorrido.
così per venti minuti.
alcuni tentano anche timidi approcci di conoscenza reciproca.
mi chiedono che musica ascolto. "tutta" rispondo io.
che film mi piacciono. "la commedia trash italiana" dichiaro.
"interesting?" dicono loro. mi raccolgo per un momento e poi col volto duro e serio: "molto".
iniziano i discorsi mentre camerieri di corsa riempiono e incastrano tavoli, tolgono plastiche protettive e dispongono oggetti da mangiare. bottiglie di acqua di bibite di birre fanno rumore sopra i tavoli, ogni tavolo è dedicato ad un diverso tipo di persone.

io faccio parte di queste persone qua: 留学生 .

tutti si avvicinano ai tavoli, nessuno rispettando le giuste distinzioni.
tutti mentre mangiano cercano anche di parlare.
io non riesco a fare le cose insieme.
ci provo, gli altri sono esigenti e pretendono che io lo faccia.
mentre parlo inizio a bere.

poi succede l'imprevisto, a metà del rinfresco qualcuno sale sul palco per un altro discorso, l'ennesimo.
l'interprete mi dice: "devi andare sul palco".
"cosa" io mentre in bocca ho due pezzi di riso.
"no, non se ne parla".
" sei obbligato" se ne esce l'interprete.
forse l'interprete è il mio nemico, forse è solo un falso aiutante.
"no, non voglio" ripeto.
"come ti pare, puoi anche non andare" e alza le spalle in segno di disprezzo.
allora è chiaro che sono obbligato.

siamo tutti in fila, io già vedo tutto quasi confuso e non so che dire.
parlano ognuno con un accento differente.
a me gli accenti mi si mescolano in testa e mi sembra di essere in malesia.
poi guardo uno accanto a me e gli chiedo se è taiwanese.
no, io sono di qui, mi risponde.
mi scuso.
l'altro accanto a me sembra un misto, ma so che è americano.
non gli chiedo nulla, lui è concentrato a creare la sua frase in lingua aborigena.
mi toccano la spalla. è un essere umano di prima con cui avevo discusso di film hollywoodiani.
"sei cinese tu, vero?" gli chido così a bruciapelo.
"no, coreano".
"ah,e di dove?"
"suul" lui fa.
"ah suul" faccio io.
ma no ho capito.
lo chiedo anche ad un altro ,uno che sta passando "tu di dove cazzo sei?" "di qui, giusto?"
"no, io sono cinese" .
smetto di capirci qualcosa.
mentre sto smettendo di capirci e lentamente si avvicina il mio turno capisco che il coreano diceva "seoul".
cerco di rintracciralo per dirglielo, ma lui non so più dove sia.

tocca all'americano, che io non l'avevo capito ma era prima di me.
l'americano inizia a mettere tutte in fila alcune parole e io credo di capire poco o niente.
sono già sul palco con in mano il microfono e ci tossisco dentro.
mi sembra di essere in un karaoke.
ma non lo sono.
tutti aspettano che io parli.
quando apro bocca io non mi ricordo e non mi sento cosa dico, però loro ridono.
allora insisto e aggiungo "... ... ... ... ..." loro annuiscono e sono contenti.
ringrazio i sardi per avermi permesso di essere qui in questo momento e termino facendo degli auguri generali ".. .. .. .. .. .. "tutti applaudono e io non so più che fare. scendo dal palco dalla parte sbagliata e mi porto via il microfono.

c'è uno che me lo vuole strappare dalle mani ora, io vorrei tenermelo, il microfono.
non so neanche chi sia, quello che mi vuole rubare il microfono, io tiro e strattono troppo forte, cado per terra e mi porto dietro un vassoio di legno pieno di pezzi di riso.
gli dico "pigliati sto microfono che tanto non mi serve più" ma poi mi accorgo che in realtà il microfono gli era rimasto in mano da quando avevo strattonato troppo forte.

mi viene a raccogliere il capo dell'ufficio internazionale, ma lui di internazionale non ha nulla.
non ci capiamo, gli espongo il mio problema che a me questi discorsi dal palco non piacciono, e che in fondo è tutta una sciocchezzuola.
lui mi guarda e mi sorride io gli rispondo con un sorriso.

l'interprete mi ricompare davanti con la sua faccia, come la mattina, e mi dice che certe cose qui non si fanno.
io credo si riferisca a me e di quello che avevo appena finito di fare invece parlava di tutt'altra cosa, che forse stava pensando da ore che doveva assolutamente dirla.

mi riprendo dal disappunto.
di nuovo si torna a mangiare.
c'è uno che si avvicina e mi chiama per nome, forse gliel'ho detto prima, ma non ricordo.
mi chiede che musica mi piace ascoltare. gli rispondo " molto".
e mi chiede anche che film mi interessano. gli dico " tutta" .
lui forse mi guarda strano.
io continuo a rispondergli.
però lui le domande non me le sta facendo.
discutiamo sulle esplosioni nei film americani, di come ci divertono a entrambi.
poi gli dico che a me "fanno schifo" e lui ripete la parola "esplosioni" .
io gli dico "si le esplosioni mi divertono alquanto".

"ora le foto"
qualcuno dietro di me ha appena detto "ora le foto".
è sempre lui, l'interprete che quando vuole si materializza.
"no" sono irremovibile.
a lui basta alzare le spalle e io capisco.

mi avvio sconsolato.
a tutto questo, ragiono, non c'è rimedio.
i fotografi sono due e ordinano ordini.
mi chiedo cosa.
mi sposto in base ai loro gesti e mi posiziono in mezzo a cosi che si muovono e che provengono da tanti posti tipo india,taiwan,corea del sud, qualche provincia della cina, vietnam e molti molti altri.

io mi giro verso uno e gli chiedo: "ma tu sei d'accordo con questa foto?" e lui mi sorride, gli sorrido anche io e gli faccio OK con la mano.
sorrido sempre.
i fotografi si arrampicano su una sediola per avere una posizione di venti centimetri più elevata.
il capo (quello che faceva i discorsi) ci guarda soddisfatto.
noi saremmo si e no 20.
lui è soddisfatto e sorride.
l'interprete m'aveva tradotto un pezzo del suo discorso che più o meno recitava: "siate tutti felici di essere qui come noi lo siamo ora.cercate di sopravvivere in questo paese, perchè qui per gli stranieri la vita non è facile".

i fotografi urlano come dei pazzi e iniziano a scattare. aspettiamo senza battere ciglio. almeno io.
ne fanno tre o forse sette. luci e flash e in fondo dietro i fotografi tutti vestiti con giacca e cravatta ci sorridono.
poi ci dicono che possiamo andare. ci fanno segno.
io faccio per spostarmi ma prendo male una sedia davanti a me, scivolo, mi aggrappo alla manica di un indiano e con l'altra che rotea nell'aria a ricercare l'equilibrio perduto prendo in faccia un cinese.
perdo aderenza anche con l'altro piede.
vengo giù di schianto.
l'indiano viene giù con me e mentre il cinese si piega istintivamente per coprirsi il volto colpito qualcuno impaurito dal mio crollare colpisce il cinese che rotola per terra.
non ci si salva.
chi più chi meno subisce qualcosa.
la vietnamita si spaventa, povera bambina, e mentre cerca di farsi da parte mette il piede oltre il palco, che finisce proprio lì dietro prima della vetrata gigantesca.
finisce contro la vetrata.
l'amica indiana la va ad aiutare.
cinque persone a terra e tutti che ci guardano.
sono stordito e guardo verso l'alto.
sono tutti intorno a me, tutti quelli dei vari uffici che controllano se sono vivo.
sono vivo e sto bene e mentre mi rialzo guardo fuori dal finestrone.
c'è un pò di sole e da una parte un pò di neve ghiacciata.

22/04/07

odori park

sto misurando la lunghezza del corridoio dove mi trovo.
allargo le braccia per controllare la misura della larghezza.
punto il tallone proprio al limitare del corridoio e inzio un duè,un duè, a contare i passi fino in fondo.
faccio rumore sul parquet.
coi calzini.
passo le porte ,tutte uguali tutte alla stessa distanza e passo pure i contatori dell'acqua tutti a vista e tutti alla stessa distanza.
sembra una bahaus dei poveri.
faccio rumore sul parquet.
si apre la porta davanti a me.
un cinese ne esce fuori. io rimango immobile con le braccia spalancate a squadra e cerco di spiegarmi.
- guarda che non è come credi - che poi cosa creda il cinese proprio non lo so.
il cinese mi fissa e mi dice "...".
io allora gli dico " no guarda che ti sbagli" ma non ho proprio capito nulla di quello che ha detto.
allora lui parla nuovamente "..." dice ora.
io lo fisso e gli dico: "stronzo".
ma lui non avverte l'insulto.
devo provare qualcos'altro.
io intanto sto ancora con le mani alzate, forse saranno queste che lo insospettiscono.
le abbasso.
lui rimane immobile e continua a dire "... ... ..."
spero non pensi che sono un terrorista, penso io.
perchè mi ricordo che qui sui mezzi pubblici ti informano che se vedi qualcuno o qualcosa di sospetto devi subito informare le autorità.
ma non so se lui ha pensato la stessa cosa che ho pensato io.
ci fissiamo e adesso sembriamo due idioti.
nessuno dei due fa un movimento, forse per non irritare l'altro.
sembra stiano passando giornate intere.
ho il tempo di ricordarmi il freddo che faceva oggi e ho anche il tempo di confrontare i lineamenti del cinese con quelli dei veri indigeni.
il cinese improvvisamente dice "......." e scompare dentro la porta.
ora mi metto paura.
forse è andato a chiamare qualche amico cinese per farsi aiutare.
i cinesi, mi ricordo, la televisione italiana diceva di farci attenzione,che arrivano con i loro prodotti e rovinano la nostra economia.
ci penso mentro lo sento parlare in una lingua che forse è il cinese.
le pareti sottili fanno trasudare tutte le parole.
io sono rimasto immobile, non ho nessun connazionale da andare a chiamare.
lo ascolto che parla e parla e poi dopo esce di nuovo.
ora sono in due.
cerco di spiegare loro che stavo solo misurando la lunghezza del corridoio.
faccio gesti e segni nell'aria, e loro inseguono i miei gesti con gli occhi a mandorla.
io li guardo guardare.
li osservo muoversi con gli occhi.
sembrano calmarsi.
i miei movimenti, si vede, hanno un effetto calmante.
ora sono in mio potere.
i cinesi non mi fanno più paura, come invece la televisione italiana aveva affermato io dovessi provare.
- cinesi - li chiamo, - sentite un pò - loro, chissà perchè si girano verso di me.
e mi stanno a sentire.
mi ricordo ora che non avevo nulla da dire ai cinesi.
i cinesi mi sorridono.
anche io sorrido loro.
i cinesi mi sono simpatici, sembrano proprio come me.
- non posso - penso. non posso essere amico dei cinesi.
la televisione italiana mi ha detto di essere loro nemico,penso.

sono combattuto tra un sentimento di simpatia e odio.
non riesco a gestirlo.
sono vicino alla stanza 210 e spero, fissando la porta, che da lì ne esca il mio secondo interprete.
perchè io, dovete sapere, ho due interpreti ora.
il primo è partito per un viaggio di aggiornamento di una settimana.
gli verrà montata una versione nuova e poi tornerà qua a farmi da interprete.
dalla stanza non esce nessun interprete.
sono solo col mio sentimento ambivalente e con due cinesi che fanno i muti e non dicono nulla.

io volevo solo misurare il corridoio, penso.
ma devo ricredermi, i cinesi non ti lasciano fare quello che vuoi fare.
il rumore che produciamo (quello del nostro silenzio e dei nostri sguardi che si intrecciano, nonchè lo scalpicciare dei nostri piedi sul parquet) attira l'attenzione degli altri esseri umani dentro il palazzo.
le porte si aprono, in fila una dietro l'altra.
ne escono una marea incontrollabile di cinesi.cinesi ovunque.
- io non sono in cina - urlo.
i cinesi iniziano una cantilena che spacca i timpani.
tra lo scalpicciare dei passi da cinesi lo sbattere delle porte e lo strusciarsi contro uno sull'altro, non capisco cosa si stiano dicendo.
cantilenano a mia insaputa.
ascolto la cantilena.
sembrano ripetere continuamente una frase.
io dico di nuovo, sempre più forte: - io non sono in cina! -
e allora loro ripetono - e capisco che loro non hanno fatto altro che ripetere questo -
- ionosonoincina!ionosonoincina!ionosonoincina!ionosonoincina!ionosonoincina!ionosonoincina!
-
sembrano avere la forza di ripeterlo fino alla morte.
i cinesi non smettono di uscire dalle loro stanze, cerco di farmi strada e di chiudere dietro di loro le porte, per impedire che escano ancora.
ma più ne chiudo, più porte si aprono.
i cinesi mi sono simpatici,ripeto, i cinesi mi sono simpatici, ripeto.
corro a chiudere le porte, ma ormai farmi strada sta diventando troppo difficile.
il corridoio si sta riempiendo di corpi di esseri umani asiatici, li vedo ovunque e tutti mi fissano.
ionosonoincinaionosonoincinaionosonoincina.
li sento ovunque e sono sopra di me,non resisto più e penso che la televisioneitaliana aveva ragione, i cinesi sono una minaccia per l'economia europea.
- siete una minaccia per l'economia europea! - urlo.

apro gli occhi e mi ritrovo a rotolarmi nella neve, li apro ancora meglio e sopra di me c'è la torre della TV che ha acceso le luci colorate ed è bellissima.
sono tutti intorno a me.
tutti cinesi ancora intorno a me, ma questi sono diversi.

anzi no, non sono cinesi, sono giapponesi.
si stanno prendendo cura di me,parlano di me tra di loro e dicono "... ... ..."
io li osservo mentre si muovono, mi sembrano giocattoli, come quelli cha avevo da bambino e che erano "made in taiwan".
sempre occhi a mandorla anche lì, penso.
gli occhi a mandorla, ripeto dentro di me.
sono bianco di neve.

mi sembra di essere a casa.

19/04/07

kinotoya dori

sono giorni che ci passo davanti ma non ho ancora avuto il coraggio di entrare.
osservo da fuori attraverso i grandi vetri che coprono tutto il negozio.
non c'è un punto in ombra o un punto morto dove i miei occhi non possano arrivare.
dentro ci sono sedie e una stanza più in là dove sedersi a parlare con i propri amici di cose di cui si parla tra amici, di qua invece a sinistra il laboratorio dove le torte nascono e nulla è nascosto alla vista.
i lavoratori del laboratorio sono tutto il giorno sotto gli occhi dei passanti, si fanno fissare e non possono mai proprio mai fare quello che vogliono loro.
mascherine e grembiule ,sorriso sotto la mascherina.
sorridono sempre anche i lavoratori del laboratorio.
cerco di rallentare il passo mentre guardo dentro il negozio che vende torte, tranci di torte, pezzi di dolci ,dolcetti ,panne ,cioccolate frutte sopra panne e cioccolate.

li vedo -gli infiniti prodotti del negozio- tutti in mostra in fila e sopra e sotto nel bancone.
vetri insomma, un negozio fatto di vetri.
li scelgo con la mente e decido cosa comprarmi in futuro ,quale indicare al commesso.

entro.oggi entro.
e appena entro, tutti mi fissano.
quattro commessi più il capo-gestisci-commessi.
tutti sottomessi al capo.
lui mi fissa, gli altri mi fissano.
noi ci fissiamo.
mi danno il benvenuto.
- si, ok - penso io.
mi chiedono una cosa che potrebbe essere "cosa vuoi, pezzo di stronzo?" ma detto con inflessione gentile, con modi pacati e movimenti lenti, lentissimi.
ma io non mi lascio fregare.
so che non mi vogliono lì dentro.

ma io ci sto lì dentro.
- pago, gli dico...io vi pago capito?? - ma loro non capiscono e credono che stia ordinando qualcosa.
allora una delle commesse - quella con le orecchie a sventola,accentuate dal suo cappellino aziendale, mi fa segno con la mano così e poi così ,ripete e poi fa ancora così.
un dito indice alzato verso l'alto.

io le dico - ma cazzo,scusa, certo che sono solo ,che cosa credi. non vedi?- le faccio indicando i miei occhi per cercare di farla capire, alla stupida. -

lei,ovviamente ,non capisce.
mi indica ancora il suo dito, anzi col suo dito indica me, anzi non indica nessuno,sta solo lì e indica l'indice, lo punta verso l'alto.
noto con piacere che continuiamo a non comprenderci.
io allora predo l'iniziativa.
punto il dito verso un trancio di torta e le dico che è per me. glielo dico lentamente, cercando le parole chiave che possano attivare il suo piccolo cervello.
non si attiva.
continua come una scimmia a indicare il suo dito alzato, lo muove e lo scuote parlando al riguado di qualcosa che sembra davvero importante.
io le ordino di abbassarlo, quel dito.
lei invece continua.
il capo ci osserva, che non sa se deve intervenire oppure no, poi io lo fulmino con uno sguardo, e allora lui smette, e si mette a fare qualcos'altro, come per esempio decantare le lodi di un trancio di torta di colore giallo con sopra una cosa che sembra un qualche tipo di frutta.
(non c'è nessuno ad ascoltarlo,lui urla al vento tutte le qualità della torta, mentre io e la commessa cerchiamo di recuperare qualche informazione dalle nostre parole mentre lui ci copre le parole con le sue).

io ascolto il capo, ma lei parla a me.
rotea questo cavolo di dito che pare sia tutto il mondo e io cerco di spiegarle che no, non sto capendo assolutamente nulla ma che voglio solamente un trancio di quella torta.
la indico di nuovo, la torta.
allora forse lei capisce.
guarda me,fissa la torta, poi guarda di nuovo me, un attimo di silenzio e poi stavolta alza due dita.
non una ,ma due.
non ci capiamo.
io le dico : "no, una" .
e lei fa "sisisi" e alza due dita.
io le ripeto che no: "sono uno solo, voglio un trancio di torta".
lei non dice nulla, ma ride.
io la fisso, con un volto che universalmente sta per "io ti odio".
lei sembra non capire neanche questo.

allora le ripeto estenuato "ti prego, uno, sono solo uno e voglio un trancio di torta".
"poi me ne vado" le dico.
lei sorride.
io la fisso.
lei sorride.
io la fisso.
lei sorride.
io la fisso.
lei sorride.


sono fuori in strada senza torta.
guardo a terra i miei piedi bagnati di neve.
quando alzo gli occhi inizia un terremoto.

18/04/07

kita gojo teine dori

ero in uno di questi contenitori di rara e moderna felicità.
ho alzato gli occhi stupito di tanta concretezza.
tutti scartabellavano le gambe in su e giù chinando ogni tano gli occhi e poi la testa alla ricerca di qualche cosa da portarsi a casa.
ci sono una cosa come - tanti- inservienti.
li ho visti uno per uno, faccia per faccia mentre scorrevo sopra la scala mobile.
un cartellone sul muro li ritraeva: mezzo busto, sorridenti, capelli improbabili, facce impassibili di inservienti pieni di carica.

quando gli passo accanto neanche li guardo, però tutti mi fanno " BENVENUTOOOO" nella loro lingua.io li ignoro.
poi un altro "BENVENUTOOO", lo passo in fretta.
una volta passato oltre smette.
tocco tutti gli oggetti, tutte le cose, le vorrei comprare tutte.
ho pensato pure di affittarmi un monolocale in più per poterci infilare dentro tutte le cose che comprerò da questo momento in poi.

poi ,ho pensato,tutti quelli che mi vengono a trovare passeranno per il mio secondo monolocale e avranno la possibilità di raccogliere e portarsi a casa un oggetto - soltanto uno però - e io sarà felice perchè avrò un amico in più. (almeno spero).
mentre fantastico parte il jingle.
il jingle si ripete fino alla fine dei tempi, e io mi sono accorto solo ora che è da sempre che c'era,fin da quando avevo messo piede dentro il super-negozio.

il jingle non smette,ma appena finisce - riparte - .
il jingle fa più o meno così: "..."

io lo ascolto e inizio ad impararlo.il jingle. mi piace.
mentre fisso le macchine fotografiche lo canto.
mentre cerco le borse per i computer lo canto.
mentre guardo i cellulari della softbank lo canto.
mentre guardo gli aspirapolvere in un altro piano lo canto.
mentre non rispondo ad un inserviente che mi da il "BENVENUTOOO" lo canto.

lo canterò anche dopo, quando sarò per strada a mangiarmi un dolce che si chiama "..."


sto con la testa chinata,a fissare i tanti oggetti esposti, mi sento la pancia piena.
poi quando alzo la testa noto che tutti gli inservienti hanno iniziato a muovere ritmicamente la testa, dondolandola a sinistra e a destra.
li squadro e seguo le loro evoluzioni ,poi uno intona il jingle (sembra il capo).
e tutti dietro appresso al capo (e al jingle).

io mi guardo intorno e poi con un gesto chiedo ad uno degli inservienti di unirmi a loro.
lui mi guarda con disprezzo e mi fa capire che proprio non se ne parla.

torno a fissare gli oggetti.
ma il jingle di sottofondo, come fosse il rumore di sottofondo del big bang, non smette di torturarmi.
ora non voglio acquistare più nulla.

faccio fatica a trovare di nuovo le scale mobili. ora mi sono perso nel palazzo mentre tutti gli inservienti si sono fatti vicini l'uno all'altro per intonare tutti insieme il jingle aziendale.
esce il capo del capo.
cravatta e camicia, incita i suoi sottoposti a cantare più forte,ad alzare la voce.
lui la alza per primo, e tutti la alzano a seguire.
il palazzo risuona di un unico jingle.
se mi fermo ad ascoltare posso sentire il pavimento che si muove in risonanza.

non trovo più le scale mobili, non so come uscire dal palazzo, accanto a me e per tutto il piano escono continuamente inservienti che si uniscono algi altri e cantano cantano cantano, non so più cosa fare, mi avvicino ad una finestra da cui si vede tutto il cemento disteso in basso che avvolge la città e fisso la neve in fondo.
piccola piccola e bianca bianca.

16/04/07

suigenchi dori

oggi incontro l'interprete.
(per chi conosce questi affari gli incontri con gli interpreti sono sempre faticosi)
ci incontriamo in una stanza con un'unica vista sul nulla di cemento che qua va molto di moda.
osservo il nulla di cemento mentre ci presentiamo.

l'interprete mi dice : -sarò il tuo interprete qua. -
- Bene, molto bene. - gli rispondo io.
mi elenca tutte le cose che faremo in mattinata le quali cose si riassumono in conoscere e sorridere a molte persone.

è una bella stanza in cima al cemento, che da su un nulla di cemento, tutta arredata dentro che sembra grigia (ma un bel grigio,sia chiaro) e tutta confusa di libri e cose che somigliano a libri e altre cose che sono nacoste tra i libri.

io dico all'interprete: - per favore stammi vicino oggi, senza di te oggi morirei.-
Lui agita una mano e sorride come volesse dire "non ti preoccupare, ci penso io a non farti morire oggi."
L'interprete mi piace, di sicuro farà ciò che ha dichiarato.
mi è simpatico.
chiacchieriamo delle cose di cui si chiacchiera in questi momenti, cioè in sostanza parliamo sul nulla.

gli interpreti credo lo facciano spesso -di parlare sul nulla- pensate che fatica è parlare di cose che altri dicono in un'altra lingua che forse solo voi, interpreti, comprendete e di cui ,più o meno ,non ve ne frega nulla.
magari in quel momento in cui fate gli interpreti pensate allo scolapasta che fuso il giorno prima, o magari vi ricordate che in serata dovete portare il cane a tosare, oppure tante altre cose della vostra vita.

mi piace l'interprete che ho io, ma non invidio questi momenti di cui vi ho parlato.
ci sorridiamo entrambi.
siamo gnetili l'uno con l'altro.

poi dopo poco inizia il giro.
l'interprete mi spiega tutte le cose che devo sapere: dove porta questo corridoio, chi è la persona con cui ha appena parlato, cosa si prova quando la neve ti sta alta oltre la testa, come si fa ad amare il cemento ovunque e tante altre cose.
racconta molto l'interprete e a me piacciono molto i suoi racconti.
arriviamo in un ufficio, tutti salutano e si salutano e l'interprete mi indica e poi parla,poi torna ad indicarmi e tutti mi sorridono e io rispondo sorridendo e cerco di farfugliare sillabe storte che significano più o meno questa cosa: fufususumu.
non lo so se loro mi capiscono, ma decido che quello che deve parlare di più deve essere l'interprete.

passiamo ad un altro ufficio, dove tutti si salutano, mi salutano, mi sorridono e poi dopo un pò di parole che finiscono in a in e in o e in tante altre parole fanno espressioni sconsolate, allargano impercettibilmente le braccia e senza capire io capisco che non possono fare ancora nulla per la cosa sconosciuta di cui stava parlando l'interprete.
mi guardo intorno.
poi dopo l'interprete mi spiega cosa si dicevano tutti quanti.
penso che non era una cosa grave.
facciamo corridoi, li percorriamo, scendiamo scale mentre l'interprete mi spiega come sono collegati gli edifici, da quale a quale siamo passati, dove porta quel corridoio che non stiamo prendendo.
altro ufficio.
tutti si salutano, tutti si sorridono,tutti mi salutano, tutti mi sorridono, poi mi si inchinano davanti e io provo a fare un inchino.

mi viene uno schifo.

lì quello che comanda e che sta parlando col mio interprete è la persona che ha toccato e preparato i miei documenti, che poi io da molta distanza ho toccato e ho cercato di decifrare.
penso che qualcosa ci ha unito a me e il capo della segreteria.
mi sento per un attimo amico del capo della segreteria.

l'interprete e il capo della segreteria si parlano per molto, io mi guardo intorno e poi osservo le espressioni del capo della segreteria.
mi piacciono.
anche a lui sembrano piacere. lui è responsabile di tutte quelle persone che non parlano ma al momento lavorano.
le sue espressioni tutte insieme e tradotto sembrano dire : sono orgoglioso di questa segreteria.

ringraziamenti, tanti inchini, poi di nuovo in giro.

all'ufficio delle case affittano case ma si occupano anche di mense, viaggi, abbonamenti.
forse non si chiama proprio ufficio delle case, ma qualcosa che comprende tutte le loro mansioni.

sono gentilissimi.
l'interprete parla e poi mi parla a me.
a volte mi sforzo di intuire, guardo la bocca che si apre e che dice molte cose, alcune parole rimangono sospese anche dopo essere perse nel mezzo di tante altre parole e persistono come le immagini sulla retina.
e allora traduco con quella parola tutto un discorso.
chissà se è giusto.

vedo case e poi altre case.
mentre ascolto e annuisco senza aver capito (annuisco preventivamente,poi l'inteprete mi riparla anche a me) penso che mi piacerebbe avere una bella casa, e mentre penso questo penso anche che tutti parlano e si dicono cose e io mi sento un poco solo quando succede così.
perchè vorrei capire anche io.

e sono al centro dei loro discorsi, ma mi sento lo stesso fuori, da un'altra parte.
mentre loro parlano di me e delle mie cose io guardo per un pò fuori dalla finestra.
vedo cumuli sfatti di neve sporca, ghiacciati e un pò sciolti in punti irregolari.
penso a quello che mi ha detto l'interprete, che la neve ogni anno ti arriva sopra la testa, e vorrei sapere cosa si prova quando la neve ti arriva sopra la testa, che sembra di tornare bambino quando penso che tanti operai scavano trincee per permettere di entrare negli edifici, e mi ricordo quando io volevo scavare finte trincee tra i mobili di casa mia e il divano diventava un cunicolo un tunnel con un solo spiraglio in fondo.

torno ad asocltarli.
parlano ancora di cose che non capisco.
penso che è da stupidi non sapere la lingua che parlano.
forse anch'io voglio diventare un interprete.

il mio interprete si alza, mi fa segno che è ora di andare a vedere le case, una serie di case con caratteristiche diverse e prezzi diversi.
ci segue anche la signora addetta all'affito delle case.
andremo con la sua automobile fino alle case.
usciamo nella neve.
la calpestiamo fino a che arriviamo all'auto.